Gentile candidato….
Abbiamo ricevuto copia del Suo Curriculum Vitae.
Uno dei nostri consulenti provvederà a vagliare attentamente le Sue caratteristiche entro le prossime 24 ore.
Abbiamo ricevuto copia del Suo Curriculum Vitae.
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Il server è piantato di nuovo.
Ma è solo il mio pc che non funziona. Oggi è tutto imbevuto di un alone mortifero, sarà perché ho usato la matita rossa sotto agli occhi, sarà perché ho dormito troppo poco. Fiuto nervoso ovunque.
Sono un po’ stufa dei gruppi metal che continuano incessanti a farmi le request solo per intasarmi lo spazio bullettin.
Sono un po’ stufa di stare qui seduta a controllare immagini.
Sono altresì stufa di aspettare il venerdì, sfiorarlo con un birra in mano e una sigaretta nell’altra, spegnerlo a letto presto, perché la settimana mi pesa addosso come un cappotto ad agosto.
Domani andrò a Torino con la mia casa di produzione a ritirare un premio per il corto. A volte non me ne frega niente. È passato più di un anno da quando abbiamo concluso la nostra avventura sul set, questo è uno strascico, questo sa di muffa.
Oggi tutto non ha davvero un buon sapore, lo laverò via con una birra ed una sigaretta questa sera…d’altronde è venerdì.
Il mal di testa mi da la sveglia,
mica male, non è ho sofferto per ben tre giorni…miglioriamo.
Perdo tempo non faccio altro che perdere tempo, dove vada a finire poi tutto ’sto tempo perso non ne ho davvero idea.
Ieri mia madre è rimasta sveglia con me a guardare la tv, mi ha detto: «Volevo stare un po’ con te.» Le ho risposto «A saperlo non guardavo la tv.» Mi ha baciata in fronte e siamo andate a dormire.
Mia madre con i suoi ricci e le sue attenzioni, con i piccoli problemi di ogni giorno e gli occhi velati quando pensa a mia nonna.
Mia madre e le sue gite domenicali a mangiucchiare tipicità locali, mia madre lo scricciolo di quaranta chili che la sera brandisce il cucchiaino terminando interi vasetti di marmellata.
Mia madre che ci sorprende alla mattina con una torta calda di forno ed il buongiorno su un biglietto attaccato al frigo.
Quando penso a tutto questo so che di tempo non sto perdendone affatto.
Quando penso a mia sorella, “Pallina di burro” dalla pelle bianca, una coccola è pronta ad esplodere ad ogni sorriso; quando penso a mio fratello, il biondo tenebroso che scende dabbasso di rado, scambiando un paio di battute taglienti con la sua timida cortesia; quando penso al Dottore che siede sulla sua poltrona in mezzo a tutti noi e dice di essere davvero un uomo ricco, baciandoci tutti mentre ride.
Quando penso alla mia familia mi rendo conto di non aver buttato nemmeno un secondo, di quel tempo che mi sembra di aver perso. Quando penso a loro capisco di aver fatto una scelta ben precisa e ponderata, dettata dal cuore e non dalla testa. Sono restata perché nessuna carriera vale tanto, quanto tutto questo. E come mio padre, anch’io mi sento davvero ricca. Fiera di essere una “bambocciona”. Fiera di rimanere in quest’ostrica di pizzi e mobili antichi.
Sentirsi amati in una società individualista come la nostra, è una ricchezza che nessuna finanziaria sarà mai in grado di darci.
È strano essere così emotivamente furiosi da non riuscire nemmeno a godere di un concerto jazz..
Non parlo di un concerto a caso, parlo di Dado Moroni e la sua spocchiosa dissonante intelligenza, del vecchio Reggie Jhonson di “Fire Music” che pasciuto e scolorito si agita piano, pizzica accarezza e strizza le corde, come se fossero i capezzoli di Venere. E Poi Zirilli, nei sui levare più che battere nelle sue esplosioni orgasmiche di bacchette e spazzole.
le note mi raggiungono dissonanti e fastidiose, questo cervello fa un po’come gli pare.
Pausa per gli eroi e per me.
È strano come l’esigenza di scrivere si faccia viva solo quando questo petto infiacchito si gonfia di disperazione, come se di una vita potessi dipingere solo il nero, come se mi spettasse di ricordare solo ciò che non funzionava affatto.
Un brusio si alza, i musicisti tornano in scena.
Sono certa di star per dire un ovvietà, affermando che anche gli spettatori sono attori dello spettacolo-concerto, producendo una loro propria musica suonando applausi e sospiri stupiti, una sinfonia di bocche che si risvegliano incollate di saliva, tamburellii di dita appoggiate dappertutto; teste che ciondolano stupidamente assertive, come se chi suona potesse vedere nel buio le tante bubbole-head che approvano ciò che sentono, come se fosse questo annuire a scandire effettivamente la musica e non il contrario.
Moroni regala un ghigno, tronfio come un re dal suo trono e qua sotto noi buffoni.
Reggie sorride di continuo, con la naturale giovialità della sua etinia, la batteria cigola. La luce in sala è rimasta semi viva, ed io posso ancora scrivere. Gongolo all’idea del tutto egocentrica, del tutto assurda, che le luci abbiano tardato a spengersi solo per permettermi di scrivere.
Finalmente il buio , la mia mano colpita dalla luce del palco getta un’ombra nera e questa pagina deve, mio malgrado, finire.
Ok, chiudo gli occhi per un attimo, sono lucido. Visualizzo il luogo sicuro.
Maledetto il giorno che ho dato retta a Flavia e alle sue psico-cazzate sul “luogo sicuro”.
Se il mondo dovesse sapere che il mio luogo sicuro è il letto di mia madre, beh addio Professione.
Mi sto pisciando sotto, altro che lucido, lucido un cazzo.
Carico il “fedele”.
Sento il grilletto freddo ed umido, sto sudando.
Mi concentro. Sono a cento metri dal targhet.
Non ho più freddo, nonostante abbia soltanto un costume bagnato addosso, non ho più freddo.
Non ho più sonno, nonostante non dorma da quarantotto ore e l’ultimo caffè l’abbia visto in cartolina.
Ecco, ci siamo.
Colpita!
Luigino 9 anni, in piscina con il suo fedele liquidator fa un’agguato a sua sorella Flavia, il succo di mirtillo sul tavolino galleggiante, tinge l’acqua di rosso.
No Cristo.
Manca ancora un’ora alla pausa pranzo.
Consegna controllo e correzioni sito fissata per domani sera.
Voci da controllare 1700 tra prodotti, immagini, allineamenti e testi mancanti.
Controllo fatto: O. (che non è zero, ma è la lettera O dell’alfabeto.. ovvero un zero più largo)
Correzioni fatte: O
Mi aspetta un lungo pomeriggio.
Ieri sera Fabri mi ha preparato gli spinaci al formaggio e poi si è parlato del nuovo sito della Dingo.
Cosa metterci perlopiù, visto che dei testi me ne dovrei occupare io.
Fabri è un super grafico multitaskingopensource, nel senso che fa mille cose contemporaneamente, sciabolando col mouse a destra e a manca, utilizzando sistemi improbabili che alla fine si rivelano inesorabilmente geniali.
Fabri si è occupato della fotografia del nostro corto “La collana Blù”.
Fabri vuole creare una “dingocorrenteartisitica” nel nostro blog. http://dingosproduction.forumfree.net/
Un forum dove molti nuovi artisti possano incontrarsi e confrontarsi, scambiare opionini e tecniche, definire un movimento.
Vedremo come andrà a finire… per ora è un po’ come il regno di Fantasìa dopo il nulla..Ma Bastian ha dato il nome di sua madre alla princessa bambina, ed ora, vi invito a muovervi in quel silenzio, incominciando a dare forma ad una nuova Fantasìa.
Dovrei scrivere 1 nuova sceneggiatura, per Dio so che dovrei, Il festival di Torino si avvicina, il corto l’abbiamo spedito. La Dingo tutta vuole andare ad accattonare un job laggiù.
Se ne parlava domenica tra una bottiglia di chianti e un po’ di funghi fritti.
La Dingo funziona.
Ah, la Dingo è la casa di produzione cinematografica alla quale appartengo.
Sì perchè a certi progetti appartieni, certi progetti ti si incuneano dentro. La Dingo è una scopata dalla quale tutti speriamo nasca una nidiata di bambini prodigio.
Per ora c’è La collana blù. Per ora non si vede in giro però. Torino vuole l’inedito. Perciò amici miei, si fa per dire, il nostro corto sarà disponibile su utube a partire da Dicembre. E poi un conocorso via l’altro. Fino a far della nostra prima opera olio frusto per patatine.
Cercherò di farvi conoscere la Dingo attraverso pensieri sparsi, ed un po’ per volta, per non rompervi troppo i coglioni.
Non mi piace seccare la gente. Perciò questa non è una presentazione. é la Dingo che ogni tanto mi sbatte in testa e allora mi viene da parlavene.
Siamo in cinque, comunque, giusto per dare una dimensione.
E per ora passo e chiudo.
Come se mi camminassero addosso milioni di insetti, l’ansia è stretta alla gola, non c’è modo d’uscirne, seduta qui, costretta a non muovermi non c’è speranza non c’è salvezza, solo dannazione in un inferno di vetro e armadi bianchi.
.
Deglutisco lentamente, non ho saliva, la bocca riarsa la lingua gonfia resisto, milioni di voci si affollano in testa devo uscire di qui.
Mi sento morire, lotto con me stessa per non urlare, vorrei ucciderli schiacciali con un rullo, sentirle il lento spappolarsi delle loro vite, piano. Il morbido “flak” dei tessuti e lo scricchiolio sordo delle ossa, il sangue col suo odore acre e ferroso, denso che ti si appiccica alle narici e sale lento e impregna gli occhi d’orrore, ma non per me, per me sarebbe solo gioia.
Le interiora calde e maleodoranti il cranio e il suo croak il cervello sopra l’asfalto.
Uno per uno.
Due in questo caso solo due per la liberazione, solo due per togliere il tormento, solo due per respirare ancora.
Non vincerete non ce la farete, non me ne andrò, combatterò coi denti con le dita monche con le gambe piantate al terreno, combatterò un pugno via l’altro, gancio montante, gancio montante diretto sinistro.
Sinchè non sarete a terra, sinchè non vi vedrò morti.
Sinchè non vi saprò dannati.
Si può morir di sonno?
A volte sono posseduta dal demone del sonno
con le sue spire stringe la gola,
fa rallentare il respiro,
e lecca
e incolla
le palpebre si fan appiccicose.
Così è, non c’è caffé abbastanza forte o idea sufficientemente persistente da tenermi vigile.
Cade la notte in pieno giorno, in pieno pc tra inviti alle fiere e mail di benvenuto, trai i loro falisi sorrisi e i miei di marzapane.